Agonist Blue North: un racconto olfattivo di Andrej Babicky

E’ domenica mattina. La luce brillante del sole si insinua attraverso le tende nella stanza, gettando ombre giocose sulle lenzuola. Sento ancora le gocce dell’acqua dopo la doccia, scorrere sulla nuca. L’aria che entra dalla finestra mi scompiglia i capelli. Dopo il calore umido della notte, respiro a pieni polmoni l’aria fresca, carica del profumo vibrante della pioggia, e di quello metallico dell’ozono, del temporale estivo appena passato.

Con infantile meraviglia osservo i raggi dorati rincorrersi sulle braccia, arrampicarsi sulle spalle per poi scivolare sul petto, disegnando effimeri arabeschi.

Indugio.

Assaporo l’attesa.

Con movimenti ormai abituali, apro un casetto e scelgo un flacone. Senza pensare, senza ragionarci sopra, come se le mie mani sapessero di cosa ho bisogno. Il flacone, come un prisma, brilla nel palmo della mano. E’ freddo come un blocco di ghiaccio, come metallo esposto al vento. Il suo peso è confortante. I bordi squadrati, lineari come l’orizzonte, lasciano intravvedere il liquido puro e trasparente. La lacrima blu profondo intrappolata nel vetro, mi scruta come se fosse l’occhio di una divinità sconosciuta. L’elisir magico fra poco esploderà nell’aria, trasformandosi in pochi secondi nell’aura fragrante, ma io aspetto.

Il piacere dell’attesa.

O meglio: “L’attesa del piacere è essa stessa un piacere.” ( Lessing, G.E. Mina von Barnhelm, atto IV, scena VI). Ho il respiro calmo, lento, ma dentro di me vi è un fremito. Blue North di Agonist fra le mie mani, si trasforma nell’aurora boreale. L’eccitazione inizia a scorrermi sulla pelle come una scarica di elettricità pura. Vorrei fermare il momento, ma allo stesso tempo avverto la feroce urgenza di sentirlo sulla pelle. Mi immagino il respiro di un drago dei ghiacci avvolgermi (ebbene sì, sono un nerd), condensandosi in fiocchi di neve, i quali appena si posano, si trasformano in fiori freddi e cristallini. Immagino che la fragranza penetri sotto la superficie espandendosi attraverso le vene come l’ossigeno. E’ come se la sentissi fisicamente. Non resisto oltre. Premo lo spray. Le microscopiche goccioline brillanti nell’aria, vengono espulse con un sibilo. Il soffio del drago. Poi come un’onda, si infrangono sul mio petto. Vi è qualcosa di erotico in questo momento. Per un attimo la pelle brucia. L’onda della fragranza, carica di cardamomo e di glaciale menta, mi travolge con violenza. L’ho anticipato, lo stavo aspettando. L’adrenalina si scontra con l’effluvio di rosmarino nelle mie vene esaltandomi. La menta e lo zenzero, sono come le punte di frecce fatte di puro ghiaccio, mi trafiggono facendomi annaspare. Algidi sentori di foreste antiche coperte di bianca coltre, percorsi al crepuscolo da lupi solitari. Vi è una caleidoscopica luminosità racchiusa nella fragranza, come l’alba d’inverno nel momento in cui nasce un nuovo giorno. Pura come il cristallo di rocca che sfolgora nei timidi primi raggi. Il dolce tepore del sandalo e dell’eliotropio, come il chiarore del nuovo giorno, si estende sulla pelle, morbido come una pelliccia. C’è qualcosa di animalesco, che si nasconde dietro l’iris quasi argenteo. Lo sbuffo di una belva fiera, nascosta nell’ombra dei cedri, che muta nel vapore. Il guizzare dei muscoli sotto il folto pelo quando si prepara allo scatto. Il saettare del suo sguardo selvaggio si riflette nei miei occhi, e il suo ruggito rimbomba nel mio corpo.

Mi lascio pervadere dalla sacralità del momento, dalle immagini che scorrono sul retro delle mie palpebre come un filmato. C’è qualcosa di confortante in tutto ciò. E’ il mio rituale mattutino, solenne oblazione sull’ara della vanità. Evanescente ed effimero. La mia pelle è l’altare. Il desiderio il fuoco. Il piacere è la fiamma che divora.

 

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