Vendetta di Valentino: recensione

Valentino ha appena riportato in vita un profumo del 1991. E già il nome dice tutto: Vendetta.

Quella originale era figlia perfetta dei primi anni Novanta: opulenta, sensuale, quasi barocca.

Prugna, pesca, aldeidi. Poi un cuore esagerato di tuberosa, rosa, gelsomino, ylang ylang, narciso, miele. E sotto ambra, benzoino, vaniglia, sandalo, patchouli.

Un profumo che entrava nella stanza prima di te.

La nuova Vendetta conserva soprattutto il lato carnale di quella storia, ma lo spoglia.

Arancia rossa, una tuberosa cremosa, quasi umida, e sandalo.

È più pulita, più levigata, ma non innocente.
Ha qualcosa di rosso, notturno, cinematografico. Più pelle che bouquet.

E il ritorno di Vendetta sembra perfettamente dentro l’universo di Alessandro Michele, che da quando è arrivato da Valentino passa ore negli archivi della Maison.

Michele ama gli oggetti che portano addosso il tempo, il vintage, persino ciò che sembra démodé.

Non a caso ha detto: “La polvere intorno al brand è preziosa.”

Michele non ama cancellare il passato.

Ama farlo riemergere, con tutta la sua polvere, ma dentro un’immagine nuova.

Ed è forse proprio questo che succede con Vendetta.

Non è il 1991 che ritorna.
È il 1991 che cambia pelle.
Gli soffia via la polvere. E ricomincia da lì.

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