Jean Claude Ellena: lo scrittore di profumi

In occasione del lancio del nuovo libro abbiamo incontrato Jean-Claude Ellena, lo scrittore di profumi, come ama definirsi, ed uno dei nasi contemporanei più importanti del mondo…

Tra gli appassionati di profumi Jean-Claude Ellena è estremamente famoso. Prima di diventare “parfumeur exclusif” di Hermès nel 2003, ruolo che ha lasciato lo scorso anno, ha creato First per Van Cleef & Arpels, L’Eau Parfumée au thé Vert per Bulgari e diversi altri profumi per brand di fragranze artistiche come Frederic Malle, L’Artisan Parfumeur, Amouage, etc. Allievo di Roudnitska, uno dei maestri indiscussi della profumeria, Monsieur Ellena ha da poco pubblicato un nuovo libro, per adesso solo in francese, L’écrivain d’odeur un’autobiografia dei sui 54 anni trascorsi nel mondo della profumeria, dai 16 ai 70 anni, che racconta i cambiamenti del settore e quelli personali, che segue Viaggio sentimentale tra i profumi del mondo e La note vert, sempre in francese. In occasione del lancio del libro l’abbiamo intervistato sui temi a lui cari iniziando dal minimalismo….

Com’era Jean Claude Ellena da piccolo? Pessimo allievo a scuola, un ribelle, uno spirito libero, difficile da chiudere in uno spazio predifinito.

Ci parla di First, il profumo che la lanciò nell’olimpo dei creatori, e che fece epoca? La colpa é di Lucian Ferrero, un mio amico profumiere, lui aveva creato L per Lublin ed ero invidioso perché io ancora non avevo fatto nulla di importante, fu lui che mi passò il progetto di Van Cleef. Una società aveva convito la famiglia Arpel che si poteva creare un profumo che portasse il nome della maison, e cercava finanziamenti e profumieri. In tanti erano in gara, tra cui io. Iniziai a fare prove in laboratorio e mia moglie mi faceva da cavia. All’epoca guardavo molto quello che succedeva sul mercato ed ero in grado di replicare tutte le fragranze. Dentro First ci finirono tutte i profumi famosi dell’epoca, ma serviva qualcosa di diverso, qualcosa che facesse uscire fuori il profumo. Mi dissero che avevo un altro giorno per fare qualcosa di più forte e che la moglie del proprietario avrebbe provato il profumo, se a lei non lo fosse piaciuto avrei perso il lavoro. Ci voleva un’intuizione, come quella che portò il pittore inglese Turner ad aggiungere ad una sua opera, che ritraeva il mare, un salvangente rosso per far sì che il dipinto attirasse l’attenzione in mezzo ai quadri di altri artisti, cosa che poi successe. L’intuizione finalmente arrivo e per First creai un nuovo accordo di ribes, narciso, e mandarino e il profumo piacque.

Lei si definisce uno scrittore di profumi. Le materie prime non creano emozioni e sensazioni ma con queste creo emozioni, come le parole insieme fanno una frase e la frase crea un’emozione. Per questo mi definisco scrittore di profumi. Per scrivere utilizzo un codice, un linguaggio. Appendere la profumeria è apprendere una lingua, un vocabolario olfattivo, bisogna classificarla e capirla, una volta capita lavoro con dei concetti. Penso a un profumo e poi vado a scrivere la formula, e infine vado a pesare le quantità, ma devi avere tutto in testa prima.

Lei non fa mistero di essere un cultore della semplicità, del minimalismo. La semplicità e un valore aggiunto, semplice non vuol dire banale, ma vuole dire sofisticato. La semplicità in profumeria ha seguito il riferimento al mondo della cucina con cui ha punti in comune. La profumeria fino agli anni ’70 era molto complessa, i profumieri erano virtuosi e tutto era complicato per dare valore aggiunto. Oggi non si pensa più così, si vuole dimostrare che anche con la semplicità si possono realizzare cose di qualità.

Tra le sue creazioni mancano le fragranze d’ambiente. Non amo i profumo d’ambiente, amo il silenzio la parte olfattiva ha già rumore.

E’ vero che gira sempre con un taccuino? Sì. Ho  bisogno del contatto sensuale sulla carta, perché se scrivo la parola bergamotto sul mio taccuino sento l’odore e so che formula scrivere. Anche quando creo un profumo scrivo prima la formula su carta e poi la passo al mio assistente che va a realizzarla. E’ il procedimento che usano anche gli chef stellati quando compongono il menù.

Preferisce lavorare con le materie prime naturali o con molecole chimiche? Quando utilizzo del gelsomino, essendo una materia prima naturale, lui si impone a me io sono sotto il suo controllo. Anche se  ha differenti origini, differenti estrazioni, rimane sempre gelsomino, con il suo odore caratteristico, anche se con diverse sfumature. Ma io sono un ribelle, lo ero fin da bambino, e quando lavoro con il gelsomino cerco di modificarlo. I chimici non riproducono la natura ma la completano, l’acetato di benzile, che é uno dei costituenti del gelsomino, se io lo associo ad altre molecole posso creare l’odore di fragola, giglio etc, e questo aspetto diventa interessante perché sono io che dirigo. Con le molecole sintetiche riesco ad evocare qualcosa di spesso, duro, molle, soffice etc, non è più la rappresentazione di un odore ma un altro modo di rappresentare il profumo. E’ la combinazione chimica e naturale che mi fa creare. Largamente la sintesi da personalità al profumo perché mi fa arrivare all’astrazione. Per Bulgari Eau Parfumée Au The Vert  l’idea era più importante dell’odore del tè. Quindi ho creato un accordo senza tè che mima l’odore del tè. Tutto però parte con l’emozione; la rosa sa di rosa, ma se la compongo in modo diverso vado a creare delle emozioni, e nella ricetta che trovo le emozioni. Mi libero dalle sensazioni, per arrivare alla scrittura e al profumo.

Quanto é importante l’emozione in un profumo? L’emozione é alla base di tutte le mie creazioni. Ricordo che negli anni ’80 fui inviato in Cina per lavoro, ero ospite in questo residence che aveva un parco magnifico, nella mia stanza c’era un poster con la calligrafia cinese, lo guardavo e mi sono emozionato, anche se non capivo cosa c’era scritto, ma ero emozionato a guardare questa cosa che mi squilibrava e ho iniziato a pensare a quello che avevo fatto nel mio lavoro fino a quel momento. Ho avuto altri di questi attimi. Guardando per esempio uno spettacolo di Kabuki i cui suoni gatturali prodotti dagli attori mi hanno trasmesso una forte emozione senza sapere  cosa dicessero. O nel ristorante dello chef stellato Michel Bras dove ho mangiato questa insalata che cambiava gusto ad ogni boccone, e così fino alla fine, una cosa così stupefacente che il giorno dopo sono ritornato per mangiare sempre la stessa insalata e vedere se mi faceva lo stesso effetto. Con i miei profumi ho sempre voluto creare emozioni per chi li avrebbe poi indossati. Purtroppo la performance é diventata più importante rispetto  l’emozione. Quando un brand fa dei test di mercato su una nuova fragranza che intende lanciare misura la performance ma non il desiderio, l’unica domanda che viene posta a chi prova il profumo é se la fragranza piace o meno. Nelle scuole di marketing dicono che sono loro a decidere sul profumo, che il profumo gli appartiene, ma il loro talento è vendere, non creare.

Ha mai dovuto creare un profumo che non le piaceva? Non dirò mai il nome del profumo e del brand, ma il referente che commissionò il profumo una volta sentito mi disse che lo voleva più intenso nonostante avesse già un odore forte e animale, seguendo le richieste che mi avevano fatto. Mi guardò dicendomi che voleva un profumo che si sentisse appena varcata la porta del suo ufficio, che era molto grande, altrimenti non lo avrebbe comprato. Feci quello che mi fu richiesto ma il profumo, come avevo previsto, fu un flop. Anni dopo lo incontrai e si scusò dicendo che era stata colpa sua se il profumo fu un disastro.

Ci parla della sua esperienza da Hermès ma soprattutto del suo primo profumo per la maison un Jardin Mediterranee.   Nel 2003 Hermès aveva scelto di celebrare il mediteranneo. Pierre Hermès ogni anno decide un tema e chiama a raccolta tutti i creativi che lavorano per la maison per spiegare loro il tema dell’ann,o e loro poi sono liberi se lavorare sul tema o meno. Io lavoravo per Simryse e mi era stato chiesto di creare il profumo. Incontrai Leïla Menchari, direttrice artistica delle vetrine di Hermès, che mi invito a casa sua in Tunisia, ad Hammamet, per visitare il suo giardino. Andai e li trovai la direttrice marketing e un equipe sul luogo pronta a riprendere come lavoravo. Il giardino era immenso e coperto dagli alberi perché il sole lì é talmente forte che i giardini sono compleatmente nascosti dalla vegitazione che li protegge dalla calura. C’erano decine di pavoni nel giardino che facevano molto rumore e un piccolo sentiero di 300 metri che finiva davanti ad una porta in ferro, che si apriva sul mare. Mi chiesero di mettere quel mondo magico in un flacone. Le persone che lavoravano nel marketing inziarono così a portarmi di tutto; foglie, arbusti etc perché ritenevano che potessero essermi di ispirazione, mi sentivo una forte pressione addosso e passai notti insonni perché non avevo nessuna idea. Fu così che la proprietaria del giardino Leïla Menchari mi disse “tu sei un artista, parla con quelli del marketing e digli che hai già un idea di cosa fare così ti lasceranno in pace”. Così fu e io riacquistai la serenità. Il giorno della partenza ci venne servito dello champagne i cui calici erano adagiati su foglie di fico su un vassoio. Grattai la foglia fico me la portai al naso e in quel momento capii quale sarebbe stato il fulcro del profumo. Il fico è una pianta del mediterraneo a cui aggiunsi il fiore ulivo che sa di gelsomino, ma molto più leggero. Il fico era perfetto potevo dormire, rientrato a casa la domenica scrissi un piccolo racconto sul profumo, sul giardino di Leïla, popolato dai personaggi che vi hanno soggiornato ma che senti ancora. Di questo spazio dove si miscelano mille cose, dove colonne greche sono circondate da alberi, e nella vegetazione sono nascosti capitelli Corinzi. Avevo definito il quadro e non il marketing e mandai tutto al presidente di Hermes. Tre giorni dopo il profumo era pronto ma le dissi che ci volevano tre settimane. Quando Leïla sentì il profumo ebbe un’esclamazione di sorpresa e poi disse che quello era il suo giardino.

Ci racconta due aneddoti su due profumi da lei creati?  Angeliques sous la pluie nasce dalla visita al giardino di Jean Laporte, quel giorno pioveva un poco c’era una pianta di angelica ho staccato una foglia e l’ho sfregata tra le mani, il suo odore mi ha sedotto, e ho subito scritto un pensiero sul mio taccuino ed è iniziato così tutto. Bois Farine si ispira ad un fiore che che cresce solo sull’isola di Reunion ed odora di farina. Quando da Artisan Parfumeur mi é stato chiesto di creare un profumo ispirato ad un viaggio mi é venuto in mente subito questo fiore, così ho comprato della farina e ho iniziato a comporre la formula. Per il nome ho scelto Bois Farine perché all’isola Reunion tutti posti iniziano con Bois.